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Tohoku in 10 giorni: cosa vedere nel Giappone del Nord

  • 13 ore fa
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Aggiornamento: 12 minuti fa


Capitolo 6 — Nagano: il silenzio del tempio più importante del Giappone

È di nuovo tempo di partire.

Lasciamo Kanazawa alle nostre spalle e saliamo ancora una volta sullo Shinkansen. Da questo momento inizia davvero il nostro viaggio nel Tōhoku, la regione più settentrionale dell'isola di Honshū che abbiamo scelto di esplorare lentamente. Prima di raggiungerla, però, facciamo una tappa in una città che da secoli rappresenta uno dei luoghi spirituali più importanti del Giappone: Nagano.



Circondata dalle Alpi Giapponesi, Nagano accoglie i visitatori con un'atmosfera completamente diversa rispetto alle grandi città. L'aria è più fresca, le montagne sembrano proteggere il centro abitato e il ritmo della vita appare naturalmente più lento.

La città è conosciuta in tutto il paese per ospitare lo Zenko-ji, uno dei templi buddhisti più importanti e venerati del Giappone. Fondato oltre 1.400 anni fa, custodisce quella che, secondo la tradizione, è la prima statua buddhista arrivata in Giappone. Un'immagine sacra che non viene mai mostrata al pubblico, nemmeno ai monaci, e che ha trasformato questo luogo in una delle principali mete di pellegrinaggio del paese. Ogni anno milioni di fedeli raggiungono Nagano per pregare davanti al tempio, mentre migliaia di turisti lo visitano per il suo immenso valore storico e culturale. La maggior parte delle persone, però, si limita a trascorrere qui qualche ora prima di ripartire. Noi abbiamo scelto di fare il contrario.

Volevamo concederci il tempo necessario per vivere questo luogo con calma, senza la fretta di dover rincorrere la tappa successiva. L'area che conduce allo Zenko-ji è un piccolo mondo a sé. La lunga strada principale che accompagna i visitatori fino al tempio è animata da un continuo flusso di persone che percorrono il tragitto in entrambe le direzioni. Ai lati si susseguono negozi storici, piccole caffetterie, botteghe artigiane e templi minori, alcuni dei quali accolgono ancora oggi pellegrini e viaggiatori offrendo la possibilità di soggiornare e conoscere da vicino la vita monastica.



Camminando senza fretta si ha la sensazione che tutto ruoti attorno allo Zenko-ji.

Davanti al grande complesso si aprono ampi spazi dominati da imponenti statue buddhiste, pagode e piccoli edifici religiosi che invitano naturalmente alla contemplazione. È un continuo alternarsi di persone che pregano, fotografano, osservano e proseguono il proprio cammino. Proprio mentre stiamo esplorando uno dei templi laterali, qualcosa cattura la nostra attenzione. All'interno è appena iniziata una funzione religiosa. Ci sono pochissimi fedeli seduti sul pavimento e, quasi con timidezza, decidiamo di entrare anche noi. Ci accomodiamo in silenzio. Davanti all'altare due monaci stanno celebrando il rito.

Uno accompagna la cerimonia con il ritmo profondo del grande tamburo, alternando il suono a lunghi canti rituali che riempiono lentamente tutta la sala. L'altro alimenta un piccolo braciere dove vengono bruciati sottili listelli di legno consacrati durante la preghiera. Questo rituale, chiamato goma, è una pratica della tradizione buddhista esoterica giapponese: il fuoco rappresenta la purificazione e la trasformazione delle impurità interiori, mentre il fumo porta simbolicamente le preghiere verso il cielo. Il tempo sembra fermarsi. Per quasi venti minuti rimaniamo seduti insieme agli altri fedeli, completamente assorti nei suoni, nei profumi dell'incenso e nella luce del fuoco. Non comprendiamo le parole dei monaci. Eppure non ce n'è alcun bisogno. È una di quelle esperienze che si comprendono attraverso le emozioni più che attraverso il linguaggio. Silenziosa. Ipnotica. Profondamente autentica.

Nel pomeriggio raggiungiamo l'appartamento che abbiamo scelto per la notte. Dopo diversi giorni di spostamenti decidiamo di concederci qualche ora di tranquillità, sistemare gli zaini e recuperare un po' di energie. Ma in realtà avevo già un'idea ben precisa. Tornare allo Zenko-ji dopo il tramonto. Avevo immaginato che l'atmosfera sarebbe stata diversa. Quello che non avrei mai immaginato era ciò che avremmo trovato.

Quando raggiungiamo nuovamente il tempio è ormai buio. Le grandi lanterne illuminano delicatamente gli edifici in legno, le statue emergono dalla penombra e il silenzio avvolge completamente il complesso. Non c'è nessuno. Davanti a uno dei luoghi di culto più importanti del Giappone siamo soli. Camminiamo lentamente lungo il cortile senza dire una parola. L'immensità del tempio crea un'atmosfera quasi irreale. È difficile descrivere la sensazione che abbiamo provato. Forse perché capita raramente di poter vivere un luogo così famoso nella sua dimensione più intima.



Quella sera non stavamo semplicemente visitando un tempio. Lo stavamo vivendo.

Ed è stato, senza dubbio, uno dei momenti più intensi di tutto il viaggio.


Capitolo 7 — Obuse: il paese delle castagne e dei piccoli momenti

Da Nagano le possibilità per una gita sono tante: le montagne circostanti offrono escursioni spettacolari, antichi santuari e, poco più a nord, il celebre parco delle scimmie delle nevi. Le temperature, però, sono ancora piuttosto rigide e decidiamo di rimandare la montagna a un'altra occasione. Scegliamo invece una destinazione molto più tranquilla, raggiungibile con un breve viaggio in treno: Obuse.

È una piccola cittadina immersa nella campagna, ai piedi delle montagne, conosciuta soprattutto per il suo forte legame con Katsushika Hokusai, il celebre artista della Grande Onda di Kanagawa, che qui trascorse gli ultimi anni della sua vita realizzando alcune delle sue opere più importanti. Ma se c'è una cosa che rende Obuse immediatamente riconoscibile è un'altra. Le castagne. Confesso che è stato piuttosto surreale arrivare qui nel mese di maggio e trovarle ovunque. A Obuse la castagna non è semplicemente un prodotto locale: è parte dell'identità della città. Passeggiando lungo le vie del centro compare in ogni forma immaginabile. Nei dolci tradizionali, nei dorayaki, nei mochi, nei gelati, nei wagashi e perfino nei piccoli negozi di souvenir gastronomici. Persino durante il pranzo ci accorgiamo di quanto questo ingrediente sia radicato nella cucina locale. La zona è famosa anche per la soba fredda, servita con il classico brodo in cui intingere i noodles, ma persino il semplice riso bianco che accompagna il pasto viene arricchito con castagne cotte. È impossibile lasciare Obuse senza averne assaggiata almeno una specialità.

L'atmosfera della cittadina è quella delle classiche destinazioni dove i giapponesi trascorrono la domenica in famiglia. Non ci sono grandi attrazioni né ritmi frenetici. Si passeggia lentamente tra piccole botteghe, pasticcerie, case tradizionali e strade ordinate che conducono verso la campagna. È uno di quei luoghi che sembrano invitare naturalmente a rallentare.



Ai margini del paese, immersi nel verde, si trovano anche alcuni templi davvero interessanti.

Il luogo che più ci ha colpiti è stata la Pagoda Jōkōji. Per raggiungerla bisogna affrontare una breve ma ripida scalinata che si inoltra nella foresta. Passo dopo passo il rumore della cittadina scompare completamente. Rimangono soltanto gli altissimi cedri che si innalzano verso il cielo e il profumo intenso del bosco. All'improvviso, tra gli alberi, compare la pagoda in tutta la sua maestosità. Slanciata, elegante e perfettamente inserita nel paesaggio, sembra quasi emergere dalla foresta stessa. La luce filtra tra i rami dei cedri creando fasci luminosi che illuminano la penombra del bosco, mentre il silenzio viene interrotto soltanto dal vento e dal canto degli uccelli. Ancora una volta siamo completamente soli. Ed è proprio questa solitudine a rendere il momento così speciale.



Lasciamo Obuse nel tardo pomeriggio, con una piacevole overdose di dolci alle castagne e la sensazione di aver scoperto un angolo di Giappone poco conosciuto ma incredibilmente autentico. Rientrati a Nagano decidiamo di fare ciò che più amiamo quando viaggiamo: camminare senza una meta precisa. Sono spesso questi momenti a regalare le sorprese migliori. Mentre attraversiamo il centro veniamo richiamati dalla musica che esce da un piccolo locale. È blues. All'interno scopriamo che è appena iniziata una sessione di musica dal vivo. Il locale è frequentato esclusivamente da abitanti della città. Nessun turista, soltanto persone sedute ad ascoltare buona musica. Ordiniamo una birra giapponese e ci lasciamo trasportare dal concerto.



Sono momenti come questi che difficilmente finiscono nelle guide di viaggio, ma che spesso rimangono impressi molto più a lungo di un monumento famoso. Al termine della serata, e su consiglio del proprietario, abbiamo raggiunto un piccolo ristorante di sushi poco distante.

Arriviamo da Sushi Jin Miwa Tamachi Honten, un ristorante a gestione familiare dall'atmosfera semplice e autentica. Anche qui siamo gli unici stranieri. Nessuno parla inglese e il menù è scritto esclusivamente in giapponese. Ma in fondo bastano pochissime parole.

«Nigiri.»

«Asahi.»

Il resto viene da sé.

Pochi minuti dopo iniziano ad arrivare davanti a noi nigiri preparati con pesce freschissimo e una birra ghiacciata. La serata prosegue così, tra sorrisi, gesti e una lingua che non condividiamo, ma che in qualche modo non rappresenta mai un ostacolo. E mentre torniamo verso l'appartamento penso che, forse, è proprio questo il bello del Giappone. Scoprire che le esperienze più memorabili non sono quasi mai quelle pianificate, ma quelle che arrivano per caso, seguendo semplicemente una strada, una melodia o il consiglio di uno sconosciuto.


Capitolo 8 — Sendai: la città che non ti aspetti

Nuovo giorno, nuova avventura.

Lasciamo Nagano e risaliamo ancora una volta sullo Shinkansen. Questa volta la destinazione è Sendai, la città che diventerà la nostra base per esplorare il cuore del Tōhoku nei giorni successivi. Spesso viene considerata soltanto una tappa di passaggio verso destinazioni più famose della regione, e raramente compare tra le città che i viaggiatori inseriscono nel proprio itinerario. Eppure, una volta arrivati, ci siamo resi conto di quanto sia sottovalutata. Sendai è una città grande, moderna e sorprendentemente piacevole da vivere. Per certi aspetti ricorda Tokyo: gli edifici, il continuo movimento delle persone, le grandi arterie commerciali e l'efficienza dei trasporti trasmettono la stessa energia metropolitana. Ma qui tutto sembra leggermente più rilassato. Le strade sono frequentate soprattutto da business man, studenti universitari e residenti. Gli occidentali sono davvero pochi e questo permette di osservare con maggiore naturalezza la quotidianità della città. Non si ha mai la sensazione di trovarsi in un luogo costruito per il turismo. Si vive semplicemente la città, esattamente come fanno i suoi abitanti. Anche Sendai custodisce quartieri con una forte identità.



Ichibanchō è il cuore commerciale della città, un susseguirsi di gallerie coperte dove, tra grandi negozi e boutique, si nascondono piccoli locali e izakaya tradizionali nascosti nelle vie laterali. Poco distante si trova invece Bunka Yokochō, una stretta viuzza pedonale che sembra appartenere a un'altra epoca. Qui decine di piccole izakaya si affacciano una accanto all'altra, illuminate dalle lanterne, creando un'atmosfera vivace soprattutto nelle ore serali. La specialità gastronomica della città è il gyūtan, la lingua di manzo cotta alla griglia, una preparazione nata proprio a Sendai e oggi considerata uno dei simboli della cucina locale.

Per il nostro soggiorno scegliamo un hotel a pochi passi dalla stazione ferroviaria.

Una posizione perfetta, considerando i numerosi spostamenti in treno che ci aspettano nei giorni successivi, ma anche per un altro motivo. Proprio di fronte all'hotel si trova il Sendai Asaichi, uno dei mercati più autentici incontrati durante tutto il viaggio. Qui non ci sono scenografie costruite per i visitatori. Il mercato continua a essere il punto di riferimento quotidiano degli abitanti della città, che arrivano per acquistare pesce appena pescato, verdure di stagione e prodotti locali a prezzi decisamente accessibili. Ed è proprio qui che si trova uno dei motivi per cui aspettavo con impazienza di arrivare a Sendai.

Qualche mese prima avevo scoperto su Instagram il profilo di un ragazzo che raccontava il suo piccolo banco all'interno del mercato. Il suo locale si chiama Kamomaru.

Più che un ristorante, è una minuscola bancarella in legno con pochissimi posti a sedere. Lo spazio è così ridotto che spesso bisogna aspettare il proprio turno, ma basta osservare il continuo via vai di clienti per capire che l'attesa è parte dell'esperienza. La filosofia è tanto semplice quanto affascinante.

Un solo piatto.

Nient'altro.

Soba artigianale preparate al momento, servita fredda e accompagnata da un brodo caldo all'anatra nel quale intingere la soba prima di ogni boccone. Una scelta coraggiosa, che racconta la volontà di perfezionare una sola ricetta invece di proporne molte. Il giovane proprietario ci accoglie con un sorriso. Gli raccontiamo del nostro viaggio attraverso il Tōhoku e scopriamo che non aveva mai incontrato viaggiatori italiani. Anzi, ci confessa che raramente passano persino turisti europei da quel piccolo banco del mercato. È uno di quei dialoghi fatti più di sorrisi che di parole. Poi arriva il piatto.

Le soba è perfetta, con una consistenza elastica e un profumo delicato di grano saraceno. Il brodo è profondo, intenso ma incredibilmente equilibrato. E poi c'è l'anatra. Morbida, succosa, cotta con una precisione quasi disarmante. Uno di quei piatti che fanno riflettere su quanto la semplicità, quando incontra tecnica e materia prima eccezionali, possa raggiungere livelli altissimi. Senza esagerare, è stata una delle preparazioni migliori assaggiate durante tutto il viaggio. Un livello che, in qualsiasi altra parte del mondo, meriterebbe tranquillamente una stella Michelin.



Il resto del pomeriggio lo trascorriamo semplicemente camminando. Scopriamo nuove strade, assaggiamo qualche specialità di street food, ci fermiamo per un ottimo caffè e osserviamo la vita della città scorrere davanti ai nostri occhi. Sono giornate come questa che ricordano perché amo così tanto viaggiare. Non servono grandi monumenti o attrazioni spettacolari. A volte basta una città autentica, un mercato pieno di vita, una ciotola di soba preparata con passione e la curiosità di lasciarsi sorprendere.


Capitolo 9 — Yamadera: mille scalini verso il silenzio

La mattina inizia come ormai è diventata una piacevole abitudine: una buona tazza di caffè e una breve passeggiata fino alla stazione di Sendai, distante solo pochi minuti dal nostro hotel.

Il viaggio nel cuore del Tōhoku sta finalmente entrando nel vivo. Oggi ci aspetta una delle escursioni che più desideravo fare. Saliamo su un piccolo treno locale diretto a Yamadera.

Il viaggio dura circa un'ora, ma è parte dell'esperienza. Lasciata la città alle spalle, il paesaggio cambia lentamente. Le case diventano sempre più rade, i campi coltivati lasciano spazio alle montagne e il treno comincia a insinuarsi tra fitte foreste di cedri. Per lunghi tratti sembra quasi di attraversare un mondo incontaminato. Guardando fuori dal finestrino si ha la sensazione di viaggiare verso un luogo sospeso nel tempo, lontanissimo dalla frenesia delle grandi città. Poi, quasi all'improvviso, il treno rallenta. Davanti a noi compare un piccolo paese di montagna. Siamo arrivati a Yamadera.



Il suo vero nome è Risshaku-ji, un tempio buddhista fondato nell'860 e costruito sulle pendici della montagna. Da oltre mille anni è uno dei luoghi spirituali più suggestivi del Giappone e divenne celebre anche grazie al poeta Matsuo Bashō, che proprio qui scrisse uno dei suoi haiku più famosi, ispirato dal profondo silenzio che ancora oggi avvolge questo luogo. Dalla stazione raggiungiamo in pochi minuti il grande torii che segna simbolicamente l'inizio del percorso. Da qui inizia la salita.

Per raggiungere il tempio principale bisogna affrontare circa 1.000 gradini in pietra, costruiti secoli fa e ancora oggi percorsi ogni giorno da pellegrini e visitatori. Più che una semplice camminata, è un piccolo pellegrinaggio. Ogni gradino rappresenta un avvicinamento non solo fisico, ma anche spirituale. Il percorso invita naturalmente a rallentare, respirare e osservare ciò che ci circonda. L'aria è fresca e profuma di bosco. La foresta è così fitta che la luce riesce appena a filtrare tra gli altissimi cedri e gli aceri. Il verde è talmente intenso da sembrare quasi irreale. Si cammina immersi in un silenzio interrotto soltanto dal canto degli uccelli, dal rumore del vento e dai passi dei pellegrini. Lungo il sentiero si incontrano piccole statue buddhiste, pagode, lanterne di pietra, antichi edifici in legno e minuscoli santuari nascosti tra la vegetazione. Ogni curva regala uno scorcio diverso. La salita è costante ma mai eccessivamente faticosa. Gruppi di studenti, tutti con la stessa uniforme, affrontano la salita chiacchierando e ridendo. Poi, improvvisamente, ci vedono. Probabilmente siamo gli unici occidentali presenti quel giorno. Iniziano a salutarci con timidi "Hi!", qualcuno ci sorride, altri scoppiano a ridere per l'imbarazzo e continuano a camminare.

Sono incontri brevissimi, ma incredibilmente spontanei.



Quando ormai manca poco alla cima compare un grande portale in legno che sembra celebrare l'arrivo. Poco oltre iniziano ad apparire i piccoli edifici religiosi disseminati lungo il fianco della montagna, fino a raggiungere il punto più iconico di Yamadera. La sala di Godaidō, costruita a sbalzo sulla roccia, offre una vista spettacolare sulla valle sottostante.

Da quassù il piccolo paese sembra minuscolo. Le montagne circondano ogni cosa e il silenzio diventa quasi assoluto. Si capisce immediatamente perché questo luogo venga considerato uno dei più spirituali del Giappone.

La discesa scorre molto più velocemente.

Una volta tornati ai piedi della montagna ci fermiamo per pranzo da Taimenseki, un piccolo ristorante a conduzione familiare che da generazioni accoglie pellegrini e viaggiatori. Qui il menù racconta la cucina tradizionale della regione di Yamagata: pochi piatti preparati con ingredienti locali, seguendo ricette tramandate nel tempo. L'ambiente è semplice. Ed è proprio questa autenticità a renderlo speciale. Dopo pranzo riprendiamo il treno verso Sendai.

Il resto del pomeriggio lo trascorriamo ancora una volta passeggiando senza una meta precisa. È ormai diventata la nostra filosofia di viaggio. Lasciarsi guidare dalla curiosità.

Ed è proprio così che scopriamo uno dei negozi più affascinanti dell'intero viaggio. Dall'esterno sembra quasi una vecchia ferramenta. Niente vetrine eleganti, nessun allestimento pensato per i turisti. Solo scaffali colmi di utensili e coltelli. Ad accoglierci troviamo il proprietario, un signore di 88 anni, che da tutta la vita vende e affila coltelli. Ci aiuta con pazienza a scegliere quello più adatto alle nostre esigenze, spiegandoci le differenze tra le varie lame attraverso pochi gesti e qualche parola d'inglese.

Quando finalmente decidiamo quale acquistare, succede qualcosa che non ci aspettavamo.

Prende il coltello e, davanti ai nostri occhi, inizia ad affilarlo. Con movimenti lenti e sicuri bagna ripetutamente una pietra ad acqua e fa scorrere la lama con una precisione che racconta decenni di esperienza. Ogni passaggio è misurato. Ogni gesto sembra parte di un rituale. Ci consegna un oggetto che porta con sé il sapere di una vita intera. Quel coltello è tornato a casa con noi e ancora oggi lo utilizziamo quasi ogni giorno. I souvenir più belli non sono quelli più costosi, ma sono quelli che custodiscono una storia.


Capitolo 10 — Matsushima: dove il mare incontra il silenzio

L'ultima giornata a Sendai è dedicata a un'altra escursione fuori porta. Questa volta lasciamo la città a bordo di un treno locale diretto verso la costa. Dopo circa quaranta minuti arriviamo a Matsushima, una delle destinazioni più celebri del Tōhoku e considerata, fin dall'antichità, uno dei Tre panorami più belli del Giappone.

Appena scesi dal treno ci accoglie un'aria completamente diversa. Dopo giorni trascorsi tra montagne, foreste e città storiche, torna finalmente il profumo del mare. La salsedine, il vento e il rumore dei gabbiani accompagnano i primi passi verso il porto. L'atmosfera cambia completamente. Davanti a noi si apre una cittadina di mare tranquilla, con ampi prati affacciati sulla baia e un ritmo rilassato che invita subito a rallentare. Ma cosa rende Matsushima così speciale? La risposta è davanti ai nostri occhi.



La baia ospita oltre 260 piccoli isolotti, modellati nei secoli dall'erosione marina e ricoperti da pini marittimi che sembrano crescere direttamente dalla roccia. È proprio questa straordinaria concentrazione di isole, tutte diverse tra loro, ad aver reso Matsushima uno dei paesaggi più ammirati del Giappone fin dal periodo Edo. Molte si osservano dalla costa o durante le crociere nella baia. Alcune, invece, possono essere raggiunte a piedi grazie a ponti che le collegano alla terraferma. Ed è proprio da lì che decidiamo di iniziare la nostra esplorazione.

La prima è Fukuura-jima, l'isola più grande visitabile a piedi.

Per raggiungerla si attraversa un lungo ponte rosso sospeso sul mare, il più lungo di tutta la baia. Già durante il percorso il panorama è magnifico. Una volta sull'isola ci si ritrova immersi in una natura sorprendentemente rigogliosa. Un sentiero costeggia la costa attraversando boschi, punti panoramici e piccoli edifici religiosi nascosti tra gli alberi. Da ogni apertura della vegetazione si aprono scorci sempre diversi sulle altre isole disseminate nella baia. Qui il tempo sembra rallentare ulteriormente. Non ci sono rumori se non quelli del vento tra i pini e delle onde che si infrangono contro le rocce.

La seconda isola che scegliamo di visitare è Ojima, molto più piccola ma forse ancora più affascinante. Per secoli questo luogo fu utilizzato dai monaci buddhisti come spazio dedicato alla meditazione. Camminando lungo i suoi sentieri si scoprono decine di cavità scavate nella roccia. Alcune erano utilizzate come celle di meditazione, dove i monaci trascorrevano lunghi periodi in completo isolamento. Altre sono diventate nel tempo luoghi di sepoltura. L'atmosfera è profondamente spirituale. È uno di quei posti dove viene naturale abbassare la voce. Non perché qualcuno lo chieda. Semplicemente perché si ha la sensazione che qualsiasi rumore possa interrompere il dialogo tra il mare, il vento e la roccia.



Dopo una lunga passeggiata arriva il momento del pranzo. Ci fermiamo da Fisherman's Kaisendon, un piccolo ristorante a gestione familiare dall'atmosfera semplice e genuina. Il menù propone alcuni piatti di sashimi e una delle specialità assolute della zona: le ostriche fritte. Naturalmente non possiamo fare a meno di provarle. Croccanti all'esterno, morbide e saporite all'interno, raccontano perfettamente la tradizione gastronomica di Matsushima, famosa in tutto il Giappone proprio per l'allevamento delle ostriche. Pensiamo di essere sazi, ma basta fare pochi passi sul lungomare perché il profumo delle griglie ci convinca del contrario. Alcuni piccoli stand preparano pesce appena pescato direttamente sulla brace. Resistere è impossibile. Così finiamo per condividere un calamaro appena grigliato, mangiato con vista oceano e il rumore delle onde. A volte la felicità è sorprendentemente semplice.

Nel pomeriggio raggiungiamo l'ultima tappa della giornata: il tempio Zuigan-ji.

Fondato originariamente nell'828 e completamente ricostruito nel 1609 dal celebre daimyō Date Masamune, è considerato il tempio Zen più importante dell'intera regione del Tōhoku. Ancora prima di raggiungere l'edificio principale il luogo riesce a sorprendere. Il sentiero d'ingresso attraversa un suggestivo bosco di cedri secolari e costeggia decine di cavità funerarie scavate nella roccia. Alcune custodiscono antiche statue buddhiste, altre ospitano monumenti commemorativi dedicati ai monaci e ai nobili del passato. L'intero percorso trasmette una profonda sensazione di raccoglimento. Poi si arriva al tempio. L'interno è semplicemente straordinario. Le sale sono decorate con eleganti dipinti su fondo oro, pannelli finemente lavorati, intagli in legno e dettagli che raccontano il prestigio della famiglia Date. Ogni ambiente sembra fondere perfettamente arte, spiritualità e architettura. Ci si muove lentamente, quasi in punta di piedi. E forse il ricordo più bello non è nemmeno la magnificenza del tempio. Arriviamo poco prima dell'orario di chiusura. In tutto il complesso siamo soltanto noi e un'anziana coppia giapponese. Nessun'altro.

Lasciamo Matsushima nel tardo pomeriggio con il sole che lentamente si abbassa sulla baia. Mentre il treno ci riporta verso Sendai guardiamo ancora una volta le piccole isole scomparire all'orizzonte. Penso che questa giornata racchiuda perfettamente l'essenza del Tōhoku.


Capitolo 11 — Hiraizumi: dove il silenzio diventa spiritualità

È tempo di salutare anche Sendai. Una città che, senza grandi aspettative, è riuscita a sorprenderci giorno dopo giorno, regalandoci alcuni dei ricordi più belli dell'intero viaggio. Con un altro treno locale lasciamo la città e ci dirigiamo verso una destinazione poco distante ma completamente diversa. La nostra prossima tappa è Hiraizumi.

Piccolo paese immerso nel verde della prefettura di Iwate, Hiraizumi rappresenta uno dei luoghi spirituali più importanti del Giappone. Nel XII secolo la potente famiglia Ōshū Fujiwara cercò di trasformare questa valle nella rappresentazione terrena della Terra Pura del Buddhismo, un ideale di pace e armonia ispirato ai paradisi descritti dalla tradizione buddhista. Ancora oggi questo straordinario patrimonio culturale è riconosciuto come Patrimonio Mondiale UNESCO.

Hiraizumi è davvero minuscola. Se non fosse per i suoi templi, probabilmente pochi viaggiatori deciderebbero di fermarsi qui. Eppure proprio questa dimensione raccolta contribuisce a renderla così speciale. Qui non esiste la frenesia. Tutto invita a rallentare.



Il luogo simbolo della città è senza dubbio Chūson-ji, un vasto complesso di edifici religiosi immersi nella foresta che da quasi mille anni accoglie pellegrini provenienti da tutto il Giappone. Il suo tesoro più prezioso è il Konjikidō, una piccola sala interamente rivestita in foglia d'oro. Non è un edificio imponente. La sua forza non risiede nelle dimensioni, ma nel significato che rappresenta. Ogni superficie, ogni decorazione e ogni dettaglio raccontano il desiderio di creare sulla Terra un luogo capace di evocare la purezza del paradiso buddhista.

Ma, sorprendentemente, ciò che più ci rimane nel cuore non è il padiglione dorato. È il cammino per raggiungerlo. Il Tsukimizaka è un antico sentiero che attraversa il complesso del tempio, costeggiato da enormi cedri secolari. Per quasi mille anni monaci, pellegrini e viaggiatori hanno percorso questa stessa strada. Camminando lentamente sotto questi alberi monumentali è impossibile non pensare a tutte le persone che, secoli prima di noi, hanno vissuto lo stesso identico percorso. Gli aceri e i cedri avvolgono completamente il sentiero.

Il verde domina ogni angolo. L'aria profuma di terra umida e resina.

Durante la visita scopriamo una piccola casa da tè nascosta tra gli alberi. È uno di quei luoghi che probabilmente molti visitatori attraversano senza notare. Noi, invece, decidiamo di fermarci. Seduti fuori sul porticato che si affaccia sulla valle, sorseggiamo una tazza di matcha caldo accompagnata da dolci tradizionali e un gelato preparato con ingredienti locali. L'unica altra presenza è la gentile signora che gestisce la sala da tè. Per il resto regna il silenzio. È uno di quei momenti che sembrano sospendere completamente il tempo. Poi arriva la pioggia. Non eravamo preparati..

Eppure, ancora una volta, succede qualcosa che non ci aspettavamo. La foresta cambia completamente volto. Il sole scompare dietro le nuvole e la luce fatica ormai a filtrare tra le chiome degli alberi. L'oscurità rende il verde ancora più vivo. Gli aceri e i cedri assumono una tonalità così intensa da sembrare irreale. Le foglie bagnate riflettono la poca luce disponibile creando un contrasto quasi impossibile da descrivere. Man mano che la pioggia aumenta, i visitatori iniziano lentamente ad andarsene. Nel giro di poco tempo il complesso rimane praticamente deserto. Camminiamo lungo il sentiero completamente immersi nel rumore della pioggia. È uno dei momenti più belli dell'intero viaggio. Ci sono sensazioni che le parole faticano a raccontare. In questo caso spero davvero che siano le fotografie a riuscire a trasmettere almeno una parte di ciò che abbiamo visto e provato.



Quando decidiamo di rientrare la pioggia ormai è diventata un vero acquazzone. Inutile dire che arriviamo al nostro alloggio completamente fradici. E qui, ancora una volta, scopriamo cosa significhi davvero l'ospitalità giapponese. I nostri host ci accolgono con un sorriso come se fossimo amici di vecchia data. Non sembrano minimamente infastiditi dall'acqua che continua a cadere dai nostri vestiti. Si preoccupano invece di farci sentire a nostro agio.

Abbiamo scelto di trascorrere la notte in una casa privata, ospiti di una coppia di giapponesi davvero straordinaria. La casa è esattamente come l'avevamo immaginata. Interamente in legno, con le tradizionali porte scorrevoli in carta, ambienti luminosi e un piccolo giardino curato con una precisione quasi commovente. Ogni pietra, ogni pianta e ogni dettaglio sembrano essere stati collocati con uno scopo preciso. La nostra camera è ampia e accogliente. Sul tatami i futon sono già stati preparati con estrema cura. Non manca nulla.

Ogni dettaglio trasmette quella sensazione di armonia che caratterizza così profondamente le abitazioni tradizionali giapponesi. E sappiamo già che il mattino seguente ci aspetterà una colazione fatta in casa di cui ci avevano parlato con grande entusiasmo.



Per cena i nostri host ci consigliano un piccolo izakaya proprio dall'altra parte della strada.

L'ambiente è semplice, caldo, familiare. Il menù è scritto interamente in giapponese su grandi fogli appesi alle pareti. Dietro il bancone lavorano due signore. Sono loro a cucinare, servire, sparecchiare e accogliere ogni cliente con un sorriso. I piatti arrivano uno dopo l'altro. Sono abbondanti, genuini, preparati con ingredienti locali e con quella semplicità che sa di cucina di casa. Ma la curiosità reciproca prende presto il sopravvento.

Con l'aiuto del traduttore sul telefono iniziano a farci domande. Le risposte arrivano lentamente, una frase alla volta. Ogni tanto il traduttore sbaglia, ci guardiamo perplessi e poi scoppiamo tutti a ridere. Passano quasi due ore senza nemmeno accorgercene.

Ed è proprio in quel momento che realizzo una delle cose più belle che questo viaggio mi abbia insegnato. Le lingue possono essere diverse. Le abitudini anche. Ma quando c'è curiosità, gentilezza e voglia di conoscersi, la distanza tra due persone si riduce incredibilmente. Forse viaggiare serve soprattutto a questo. A scoprire che il mondo è molto più piccolo di quanto immaginiamo e che, dall'altra parte del pianeta, ci si può sentire sorprendentemente a casa.


Capitolo 12 — Kakunodate: una notte nel villaggio dei samurai

La mattina salutiamo i nostri host con un po' di dispiacere. Prima di partire ci fanno trovare una colazione preparata con la stessa cura con cui ci hanno accolti il giorno precedente: piatti fatti in casa, ingredienti locali e tante piccole attenzioni che ci fanno sentire ancora una volta amici di famiglia, più che ospiti. È il modo migliore per affrontare l'ultimo grande spostamento del nostro viaggio. Saliamo sul treno e ci dirigiamo verso la prefettura di Akita, una delle regioni meno conosciute del Giappone, famosa per i suoi inverni rigidissimi, le abbondanti nevicate, le sorgenti termali e una cultura profondamente legata alle tradizioni. La nostra destinazione è Kakunodate.



Conosciuta come la "piccola Kyoto del Tōhoku", Kakunodate è uno dei villaggi samurai meglio conservati di tutto il Giappone. Le antiche residenze costruite tra il XVII e il XVIII secolo sono ancora perfettamente allineate lungo ampi viali alberati e molte appartengono tuttora ai discendenti delle famiglie samurai che le abitarono per generazioni. Passeggiando tra queste strade si percepisce immediatamente un'eleganza diversa. Le alte recinzioni in legno, i grandi cancelli e i giardini nascosti raccontano una società costruita sulla disciplina, sul rispetto e sulla discrezione. Molte delle dimore storiche sono oggi aperte ai visitatori. Con un biglietto davvero economico è possibile entrare negli ambienti originali e osservare da vicino armature, katane, oggetti di uso quotidiano e documenti che raccontano la vita delle famiglie samurai. Lungo il viale principale crescono centinaia di maestosi ciliegi piangenti, mentre le rive del vicino fiume sono fiancheggiate da chilometri di sakura che, durante la fioritura, trasformano il paese in uno dei luoghi più spettacolari del Giappone. Anche senza i fiori, però, questo luogo conserva un fascino incredibile. Noi, in realtà, siamo arrivati fin qui anche per un altro motivo. Questa notte dormiremo in uno degli hotel più particolari incontrati durante tutto il viaggio. Si chiama Wanoi Kakunodate. Ma definirlo semplicemente un boutique hotel sarebbe riduttivo. Si tratta di un progetto di recupero architettonico nato con l'obiettivo di preservare e valorizzare gli antichi edifici tradizionali del villaggio, trasformandoli in poche esclusive suite senza alterarne l'identità. Ogni camera racconta una storia diversa. Ognuna nasce dal recupero di un edificio che in passato aveva una funzione ben precisa. La nostra suite occupa quello che un tempo era il magazzino dedicato alla conservazione dei sottaceti, uno degli alimenti fondamentali della cucina tradizionale giapponese. Appena arriviamo rimaniamo senza parole. L'ingresso è dominato da un enorme portone in pietra, identico a quelli che avevamo già notato passeggiando per il villaggio. Spesso, robusto e imponente, era progettato per proteggere gli alimenti dalle rigidissime condizioni climatiche dell'inverno di Akita, dove la neve può cadere copiosa per mesi e le temperature scendere ben sotto lo zero. All'interno; legno antico, travi originali, materiali naturali e arredi contemporanei convivono in un equilibrio perfetto. Più che una camera d'albergo sembra un piccolo museo privato dove ogni elemento racconta la storia dell'edificio. Tra tutti gli ambienti, quello che aspettavo di più era il bagno. Al centro della stanza ci attende una grande tinozza in legno ricavata da un antico barile utilizzato per la fermentazione dei sottaceti. Riempita di acqua calda, diventa una vera e propria ofuro, il tradizionale bagno giapponese pensato non per lavarsi, ma per rilassarsi completamente. Dopo giorni di camminate era esattamente ciò di cui avevamo bisogno. Restiamo immersi nell'acqua calda mentre fuori l'aria è ancora fresca. Il silenzio della casa, il profumo del legno e il calore dell'acqua trasformano questo momento in una piccola esperienza di benessere. Nel soggiorno sono comprese anche la colazione e la cena. Prima di uscire indossiamo gli yukata, le leggere vesti tradizionali che la struttura mette a disposizione degli ospiti. Con una piccola lanterna in mano percorriamo lentamente il cortile illuminato appena dalla luce della sera per raggiungere il ristorante del complesso. Sembra quasi di essere tornati indietro nel tempo. La cena è molto più di un semplice pasto. È un percorso attraverso i sapori della prefettura di Akita. Ogni portata valorizza ingredienti provenienti dal territorio circostante: soba artigianali, verdure di stagione e il pregiato manzo di Akita, una delle eccellenze gastronomiche del nord del Giappone, conosciuto per la sua marezzatura delicata e la straordinaria morbidezza. La presentazione è essenziale, elegante, profondamente giapponese. Si percepisce chiaramente il desiderio di raccontare il territorio attraverso la cucina, rispettando la stagionalità e il lavoro dei piccoli produttori locali. Quando rientriamo nella nostra suite il villaggio è ormai immerso nel silenzio.



Le antiche dimore samurai sono illuminate appena da qualche luce soffusa e le strade sono completamente deserte. Penso che difficilmente avremmo potuto immaginare un modo migliore per concludere questo viaggio. Perché, dopo migliaia di chilometri percorsi, decine di treni, foreste, templi, città e incontri, ci ritroviamo esattamente dove il Giappone riesce a esprimere una delle sue qualità più preziose. La capacità di custodire il passato senza rinunciare al presente. E forse è proprio questo il pensiero più bello che porteremo con noi a casa.

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